
Sull'Acropoli di Populonia riaffiorano le tracce di un luogo dedicato al benessere e alla socialità: un complesso termale romano, costruito oltre duemila anni fa.
Il progetto ArcheoPopulonia racconta oggi una nuova pagina della storia della città e restituisce voce a uno dei suoi spazi più vivi e sorprendenti.
Nuove ricerche sull'Acropoli
Il Progetto ArcheoPopulonia
Nei mesi di agosto-settembre 2024 e di maggio-giugno 2025 si sono svolte le prime due campagne di scavo sull’Acropoli di Populonia, promosse dall’Insegnamento di Archeologia Classica dell’Università di Pisa.
Le indagini sono state condotte nell’ambito delle attività previste dalla convenzione stipulata tra il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere, la Parchi Val di Cornia S.p.A. e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno.
L’obiettivo di questa collaborazione è quello di consolidare una rete di ricerca e valorizzazione che metta in relazione le università e le istituzioni territoriali, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza e la fruizione del patrimonio del Parco Archeologico di Baratti e Populonia.
Un progetto che si innesta su una lunga tradizione di studi
Il nuovo intervento si colloca nel solco di una lunga stagione di ricerche sull’Acropoli, condotte tra gli anni Novanta e Duemila dall’allora Soprintendenza Archeologica della Toscana in collaborazione con le Università di Siena, Pisa, Roma Tre e La Sapienza.
Queste attività hanno consentito di ridefinire la conoscenza dell’area sacra e degli edifici monumentali che si affacciavano sul terrazzo principale della città antica.
Le indagini attuali si inseriscono dunque in una prospettiva di continuità metodologica e scientifica, ma anche di rinnovamento: nuove tecniche di documentazione, rilievo digitale e analisi dei materiali ci permettono oggi di rivedere criticamente quanto già noto e di approfondire aspetti finora poco compresi della vita urbana di Populonia.
Le nuove aree di scavo
Il cuore del Progetto ArcheoPopulonia è rappresentato da un complesso edilizio situato sul retro del Tempio C, uno dei principali edifici sacri dell’acropoli, che insieme ai Templi A e B si affaccia sull’area pubblica collocata nella sella tra il Poggio del Telegrafo e il Poggio del Castello.
Il nucleo di strutture era già stato individuato nel 2006, quando furono rimosse le stratificazioni più superficiali. Ulteriori indagini nel 2010 e 2011 ne avevano chiarito l’estensione, ma non la funzione.
Le campagne del 2024 e 2025 hanno permesso di completare la documentazione del complesso, di comprenderne la planimetria, la destinazione d’uso e le fasi edilizie, e di restituire alla storia della città un edificio di notevole interesse: un impianto termale di età repubblicana, di probabile uso pubblico.
La prima fase: una grande cisterna monumentale
Il primo intervento edilizio risale alla prima metà del II sec. a.C..
In questa fase viene realizzata una grande cisterna interrata, lunga quasi 11 m e alta circa 3,7 m, costruita con grandi blocchi squadrati di calcarenite. Le pareti e la volta a botte erano rivestite di malta idraulica, una miscela impermeabile che garantiva la tenuta dell’acqua.
Questa struttura non aveva solo la funzione di raccolta idrica: il suo corpo interrato, insieme a riporti di terra circostanti, serviva anche a sostenere e livellare il terreno in forte pendenza, creando una base stabile per la costruzione di edifici soprastanti.
È possibile che già in questa fase l’area fosse destinata a una funzione legata all’acqua, forse un piccolo impianto termale o un edificio di servizio collegato all’area sacra.
La trasformazione in impianto termale
Nella seconda metà del II sec. a.C., in seguito al crollo parziale della cisterna, l’edificio viene ristrutturato e dotato di nuove funzioni.
L’intervento segna la nascita di un vero e proprio balneum, cioè un piccolo stabilimento termale, articolato in ambienti per i visitatori e in un quartiere di servizio.
Di questa fase conosciamo oggi il calidarium, la sala destinata ai bagni caldi. Si tratta di un ampio ambiente quadrangolare, pavimentato con mosaico a tessere bianche, di cui si conservano lembi significativi lungo le pareti. Le superfici murarie erano rivestite da intonaci dipinti in I stile pompeiano, con zoccolo rosso e campiture che imitavano lastre marmoree delimitate da sottili scanalature, in bianco o rosso con rubricatura.
Sul lato opposto all’ingresso si apriva una esedra rettangolare, al centro della quale era collocato un labrum in marmo – una vasca rotonda per abluzioni individuali – decorato con una cornice circolare a intarsio di diaspro e mosaico.
Sul lato est del vano era invece sistemata una vasca rettangolare a profilo curvilineo, chiusa da un basso parapetto e impermeabilizzata con malta idraulica. La decorazione a mosaico bianco correva lungo i bordi superiori.
L’ambiente combinava dunque una vasca collettiva per l’immersione e un labrum per l’uso individuale, secondo uno schema ben attestato nelle terme repubblicane dell’Italia centrale.
La raffinatezza delle decorazioni e la cura costruttiva indicano un edificio di livello elevato, destinato probabilmente a un pubblico urbano e non esclusivamente privato.

Il sistema di riscaldamento
La vasca del calidarium era riscaldata da un praefurnium, cioè il locale del fuoco, situato a una quota inferiore rispetto agli altri ambienti e compreso in una struttura porticata.
L’aria calda, prodotta dal fuoco e sospinta da mantici, percorreva un condotto voltato sotto la vasca, mentre i fumi venivano evacuati da un camino che attraversava l’ambiente contiguo.
Su pilastri collocati dietro l’arco del praefurnium era probabilmente posta una testudo, un elemento in bronzo a contatto diretto con la vasca, che contribuiva a mantenere la temperatura dell’acqua.
In una fase successiva venne aggiunta una caldaia in piombo, collocata su un alto basamento nello stesso ambiente e alimentata da un secondo fuoco.
Un sistema di tubature in piombo permetteva di immettere acqua fredda nella caldaia e distribuirla poi, già riscaldata, nelle diverse parti dell’impianto.
Il rifornimento idrico era garantito da una cisterna più piccola, costruita sul crollo della struttura più antica.
Nel suo insieme, il complesso rappresenta un notevole esempio di ingegneria idraulica e termale di età repubblicana, in un contesto urbano di medie dimensioni come Populonia.
Crisi, abbandono, riusi
Forse nei decenni centrali del I sec. a.C., in un periodo di crisi generale per la città, l’impianto termale subisce un progressivo abbandono.
L’edificio viene parzialmente smantellato e alcuni ambienti del praefurnium vengono riutilizzati come officina per la rifusione del piombo.
Sono stati rinvenuti i resti dei punti di fuoco per i crogioli, numerosi frammenti di tubature con segni di strappo e scarti di lavorazione del metallo: tracce di un’attività artigianale organizzata, volta al recupero del materiale proveniente dallo stesso impianto termale.
In seguito, una parte del complesso viene riutilizzata a scopo abitativo.
I battuti pavimentali hanno restituito ceramiche databili tra il II e il III sec. d.C., che documentano la presenza stabile di piccoli nuclei domestici.
Altri frammenti ceramici, decontestualizzati, indicano una frequentazione tra il IV e il VII secolo d.C., segno che l’area continuò a essere utilizzata, seppur in forme diverse, anche in età tardoantica.
Una nuova e consistente fase di occupazione si registra tra il IX e l’XI sec.: in questo periodo le strutture vengono inglobate in un insediamento medievale, confermando la lunga continuità di vita dell’acropoli di Populonia, che rimase un punto di riferimento nel territorio anche dopo la fine della città romana.
Verso nuove conoscenze e nuove forme di valorizzazione
Le ricerche condotte nell’ambito del Progetto ArcheoPopulonia stanno offrendo importanti dati scientifici sull’introduzione e lo sviluppo dei complessi termali nell’Italia centrale e sull’evoluzione urbanistica di Populonia tra età repubblicana e imperiale.
Dal punto di vista della valorizzazione, i risultati ottenuti aprono la possibilità di ampliare il percorso di visita del Parco Archeologico, includendo i nuovi ritrovamenti dell’acropoli e rendendo accessibili ai visitatori strutture di eccezionale interesse architettonico e storico.
L’obiettivo è restituire al pubblico un racconto più completo della città antica: non solo i suoi templi e le sue necropoli, ma anche i luoghi della vita quotidiana, del benessere e della socialità.
Le campagne di scavo sono dirette dall’Insegnamento di Archeologia Classica dell’Università di Pisa, in collaborazione con la Soprintendenza ABAP di Pisa e Livorno e la Parchi Val di Cornia S.p.A..
Il progetto proseguirà nei prossimi anni con nuove indagini, analisi dei materiali e attività di documentazione e restauro, con l’obiettivo di integrare la ricerca scientifica e la fruizione pubblica in un percorso condiviso di conoscenza del patrimonio archeologico di Populonia.





















